Per cinquecento anni, dalle foreste a monte di Bassano sono partite ogni primavera centinaia di migliaia di metri cubi di legname destinati all'Arsenale di Venezia. Galleggiavano sul Brenta legati in zattere, condotti da uomini che lavoravano a piedi nudi nell'acqua. Senza quel legno, Venezia non sarebbe mai esistita.
La Repubblica di Venezia non aveva foreste, non aveva miniere, non aveva, di fatto, un proprio entroterra fino al Quattrocento. Aveva soltanto la laguna. Quando, nel 1404, conquistò Vicenza e poi Bassano, Belluno, Feltre e il Cadore, lo fece per un motivo essenzialmente economico: il legname. La Serenissima aveva bisogno di legno per le navi del suo arsenale, per i pali su cui poggiare i palazzi (Venezia è una città costruita su una foresta capovolta), per i tetti, per i mobili, per l'edilizia di tutto un impero marittimo.
Da quel momento — e per cinque secoli, fino al crollo della Repubblica nel 1797 — il legname delle Prealpi venete viene gestito come una risorsa di Stato. La Magistratura ai Boschi di Venezia regolamenta i tagli, marchia ogni singolo albero, vieta l'esportazione, organizza la fluitazione.
Il sistema veneziano di approvvigionamento del legname si reggeva su tre grandi distretti forestali:
Le foreste del bacino del Piave fornivano il larice per i pali e le palificate. I tronchi venivano legati in zattere a Perarolo o a Codissago, e scendevano il Piave fino a Belluno, Treviso, Venezia. Il toponimo veneziano Zattere, lungo il Canale della Giudecca, deriva proprio dall'arrivo delle zattere di legname.
La grande foresta tra Belluno e Vittorio Veneto, "il bosco da reme" della Repubblica: vi cresceva il faggio da cui si ricavavano i remi delle galere. Era riserva esclusiva dell'Arsenale, vietata a contadini e mercanti.
Sopra il Canale di Brenta, sull'Altopiano di Asiago e nelle valli del Grappa, cresceva l'abete rosso da costruzione e da casse di risonanza (lo stesso legno con cui Stradivari farà i suoi violini, e che ancora oggi si usa nella liuteria di Cremona). Da questi boschi i tronchi scendevano verso Valstagna sulle scale di pietra, e da lì sul Brenta fino a Venezia.
Sulle pareti calcaree del Canale di Brenta, di fronte a Valstagna, è scolpita la più impressionante opera di ingegneria contadina della storia veneta: la Calà del Sasso. 4.444 gradini di pietra scolpiti nella roccia, distribuiti in un dislivello di 750 metri, per collegare il paese di Sasso (sull'Altopiano di Asiago) al porto fluviale di Valstagna.
Fu costruita nel 1389 dai cimbri dei Sette Comuni, su autorizzazione della Repubblica di Venezia, per portare il legname dei loro boschi al fiume. Per quasi sei secoli — fino al 1955, quando entrò in funzione il primo nastro trasportatore — i tronchi venivano gettati dall'alto in canali di legno (i menàre) che li facevano scivolare lungo le scale fino al fiume.
Accanto al canale dei tronchi correva la scalinata vera e propria, sulla quale salivano e scendevano gli uomini, le donne, i muli. Era l'unica via di comunicazione fra l'altopiano e la valle.
Oggi la Calà del Sasso è il più lungo monumentale ininterrotto d'Italia, percorribile a piedi (in salita 2 ore, in discesa 1 ora abbondante). È stato candidato a patrimonio UNESCO.
All'estremità superiore del Canale di Brenta, dove la gola si stringe al massimo prima della Valsugana, stava la frontiera settentrionale della Repubblica di Venezia. Qui ogni tronco, ogni zattera, ogni mercante che scendeva dal Trentino e dal Feltrino veniva controllato: era il varco da cui passava il legno, e dunque la ricchezza.
A guardia del passo, il Covolo di Butistone: una fortezza incredibile, costruita dentro una cavità naturale a metà di una parete a strapiombo, citata già nel 1004, conquistata da Cangrande della Scala nel 1321 ed entrata nei domini veneziani nel 1404. Vi si accedeva solo con scale e argani calati dall'alto.
Più in basso, la Tagliata della Scala — un muro di sbarramento affiancato da una piazzola d'artiglieria, a metà della salita — chiudeva fisicamente la valle. Da questo sistema di "scale" e fortezze prende nome la Scala di Primolano: non una semplice scalinata, ma la porta blindata del Canale verso il Nord.
Su porte, torri e municipi di tutto il Veneto è scolpito il leone marciano, simbolo della Serenissima. Ma il leone non è sempre uguale: a volte tiene tra le zampe un libro aperto, a volte un libro chiuso, talvolta una spada. E in quella differenza, vuole la tradizione, si leggeva il rapporto fiscale della comunità con Venezia.
Secondo la lettura più diffusa, il libro aperto indicava le città che si erano date spontaneamente a Venezia e che pagavano i tributi; il libro chiuso, spesso con la spada sguainata, contraddistingueva invece le terre di confine esentate dalle tasse — premiate per meriti di guerra o tenute fedeli proprio grazie al privilegio fiscale. Le comunità dure e strategiche del Canale di Brenta, sul filo della frontiera, rientravano in questa logica di lealtà comprata con l'esenzione.
È bene dirlo: la Serenissima non codificò mai i propri simboli, e l'accostamento "libro aperto = pace/tasse, libro chiuso = guerra/esenzione" è frutto della tradizione popolare più che di una regola. Ma resta una chiave di lettura affascinante per guardare i leoni che ancora vegliano sulle piazze venete — Bassano compresa.
A Valstagna e a Bassano, il legname veniva legato in zattere — piattaforme galleggianti di tronchi legati con stroppe di salice e vinco, lunghe fino a venti metri. Sulle zattere salivano i menadàs (dal veneto menar, condurre), uomini delle Prealpi che facevano questo mestiere per generazioni.
Una zattera partita da Valstagna scendeva il Brenta fino al Naviglio del Brenta (Stra), e da lì attraverso i canali artificiali raggiungeva la Laguna di Venezia in tre giorni di navigazione. A destinazione i tronchi venivano slegati e portati all'Arsenale, alle Zattere, ai cantieri navali.
I menadàs tornavano a Bassano a piedi, lungo la Riviera del Brenta. Era il viaggio di ritorno di una vita intera: 80 km a piedi dopo 90 km di acqua, per andare a prendere la zattera successiva. In primavera, durante le piene, ne partivano fino a quaranta zattere al giorno.
"Tutta Venezia poggia sui pali di larice che i cadorini hanno fatto scendere giù per il Piave, e sulle travi di abete che i menadàs hanno portato dal Canale di Brenta. La Serenissima è una città di acqua, ma è costruita sul legno dei monti." — da uno studio storico sulle infrastrutture lignee veneziane
L'Arsenale di Venezia, fondato nel 1104 ed ampliato fino a coprire 48 ettari, era nel XVI secolo la più grande fabbrica industriale d'Europa. Ci lavoravano 16.000 arsenalotti, organizzati in catena di montaggio già quattro secoli prima di Ford. Producevano galere, gallere sottili, gallere grosse, navi tonde da carico.
L'Arsenale aveva un consumo annuo stimato di 30.000 metri cubi di legname. Tutto veniva da queste valli: la chiglia (rovere del Montello), le costole (larice del Cadore), gli alberi (abete dei Sette Comuni), i remi (faggio del Cansiglio). Ogni nave veneziana era, in un certo senso, una sintesi delle foreste prealpine.
Quando l'Arsenale chiuse — nel 1797, con l'arrivo di Napoleone — finì in dieci anni un sistema costruito in mille. Le foreste furono saccheggiate per la prima volta in modo non regolamentato (gli austriaci e poi gli italiani non avevano la stessa attenzione della Magistratura ai Boschi). Il commercio del legname sul Brenta sopravvisse fino al 1903, quando l'apertura della ferrovia della Valsugana lo rese antieconomico.
La cultura costruttiva del legno non è scomparsa con la Serenissima. Ha cambiato forma — dalle galere alle case — ma usa gli stessi materiali, gli stessi territori, le stesse competenze.
Oggi il legno strutturale è il materiale dell'architettura sostenibile: assorbe CO₂ invece di produrla, è rinnovabile, è veloce da posare, ha prestazioni termiche eccezionali. Le case in legno realizzate con tecnologia X-LAM (legno lamellare incrociato) o platform-frame raggiungono livelli di efficienza che il calcestruzzo non può eguagliare.
Il legno per queste costruzioni — abete, larice, abete rosso — viene dalle stesse valli da cui partivano le zattere per Venezia. Il Cadore, i Sette Comuni, la Carnia, l'arco alpino tra Belluno e Bolzano sono ancora oggi il bacino legnoso del Nord Italia, ora gestito secondo certificazioni PEFC e FSC che ricordano molto da vicino la Magistratura ai Boschi della Serenissima.
Nella tradizione del ponte palladiano e dei menadàs di Valstagna, HM52 progetta e realizza edifici in legno per abitare, per ospitare, per lavorare. A quaranta chilometri dal ponte, sulla stessa via del Brenta.
HM52 nasce a Bassano del Grappa come impresa di costruzioni specializzata in strutture portanti in legno e studio di architettura associato. Consulenza CasaClima esperto, progettazione Passivhaus, abitazioni ecologiche su misura, hotel e strutture ricettive — anche in soluzione "build offsite and ready to place".