È un ponte coperto in legno di larice, lungo 58 metri, largo 7,82, sostenuto da quattro pile di legno infisse nel letto del Brenta. È in uso continuo, pedonale e commerciale, da otto secoli — ma è anche, sostanzialmente, l'identica opera del 1569.
Quello che si attraversa oggi è il ponte ricostruito nel 1948. Quello che si attraversava prima del 1945 era il ponte rifatto nel 1821 dopo la piena del 1813. Quello del 1821 era a sua volta la replica del ponte di Ferracina del 1748, che aveva sostituito quello di Palladio andato distrutto nel 1748. Eppure è sempre, ostinatamente, lo stesso ponte: cinque campate, copertura a falda doppia, pile a cavalletto inclinate per ridurre la spinta dell'acqua. Il progetto del 1569 non è mai stato superato. Ogni generazione lo ha riconosciuto come il modo giusto, l'unico modo, di scavalcare il Brenta a Bassano.
Questa fedeltà al disegno originale è ciò che fa del ponte di Bassano un caso quasi unico nel patrimonio architettonico italiano: non un monumento da preservare congelandolo, ma un artefatto vivo, manutenuto, ricostruito, rimaneggiato — e proprio per questo conservato.
Andrea della Gondola, detto il Palladio (1508-1580), ha cinquantuno anni quando il Consiglio della comunità di Bassano lo incarica di disegnare il nuovo ponte. Ha appena finito Villa Capra, sta lavorando alle basiliche civili di Vicenza e Udine. È, a tutti gli effetti, l'architetto più importante della Repubblica di Venezia.
Il ponte precedente, quello del 1567, è appena stato distrutto da una piena del Brenta. La comunità vorrebbe un'opera in pietra, come quella di altre città. Palladio propone il contrario: il ponte deve restare di legno. La ragione è tecnica, non estetica.
"Il Brenta — scrive nei Quattro Libri dell'Architettura — è fiume che porta grossissimi e numerosi legnami, e fa empito grande nel discendere dalle Alpi. Onde non è possibile collocarvi pile di pietra senza che siano travolte. Si farà adunque tutto di legname." — Andrea Palladio, I Quattro Libri dell'Architettura, libro III, cap. VIII
La logica è quella di un ingegnere idraulico, non di un classicista. Le pile in pietra sarebbero scalzate dalle piene; le pile in legno, leggere e con piedi inclinati, lavorano elastici. Quando l'acqua sale e i tronchi trasportati urtano la struttura, il ponte vibra ma non cede. Palladio inventa, sul Brenta, una soluzione che nei trattati di ingegneria viene chiamata ancora oggi ponte alla bassanese.
Le innovazioni di Palladio sono tre:
Prima menzione documentale di un ponte ligneo sul Brenta a Bassano, in un atto del podestà Gerardo Maurisio. Era un'opera modesta, forse a una sola campata, in posizione leggermente più a monte.
Quattro ricostruzioni dovute a piene, incendi e — nel 1525 — a un'incursione delle truppe imperiali. Bassano è sulla strada strategica del Brennero.
La piena del Brenta porta via il ponte completamente. Si decide la ricostruzione e si chiama Palladio.
Costruzione del nuovo ponte su progetto palladiano. È la prima volta che le pile a cavalletto inclinato vengono impiegate su scala monumentale.
La grande piena dell'inverno 1748 abbatte il ponte palladiano. Bartolomeo Ferracina, ingegnere autodidatta di Solagna noto per i meccanismi degli orologi della Basilica di San Marco, lo ricostruisce esattamente identico — copia per copia.
Una nuova piena lo travolge. Il ponte resta inagibile per anni durante il dominio austriaco.
Angelo Casarotti lo ricostruisce sotto la sorveglianza dell'amministrazione austriaca. Disegno invariato.
Per impedire la ritirata delle truppe tedesche, i partigiani del Battaglione "Cesare Battisti" minano e fanno saltare il ponte. È l'unica delle distruzioni storiche del ponte a essere stata deliberata.
L'Associazione Nazionale Alpini, con donazioni di tutta Italia, finanzia la ricostruzione. Il 3 ottobre 1948 il ponte viene riaperto. Da quel giorno è il Ponte degli Alpini.
Restauro integrale, finanziato dalla Soprintendenza e dalla Regione del Veneto. Sostituzione di travi e di un'intera pila. Il ponte riapre nel novembre 2024, ancora una volta identico a sé stesso.
Il nome popolare con cui oggi il ponte è conosciuto nasce nel dopoguerra. Nel 1945 il ponte di Palladio non esiste più: la spalla orientale è in piedi, il resto è una distesa di travi spezzate sul greto del fiume. L'Italia è in macerie e nessuna autorità pubblica ha i soldi per ricostruirlo.
L'Associazione Nazionale Alpini — il corpo militare di montagna che a Bassano ha la propria città-simbolo — lancia nel 1947 una sottoscrizione nazionale. Ogni sezione ANA d'Italia versa la sua quota. Si raccolgono 14 milioni di lire. Il ponte viene ricostruito identico all'opera palladiana e inaugurato il 3 ottobre 1948.
Da quel giorno il ponte è dell'Associazione Nazionale Alpini, che ne è formalmente proprietaria e responsabile della manutenzione. Una proprietà privata, un'opera pubblica, un'identità collettiva: il ponte di Bassano è una delle poche cose in Italia che riesce a essere queste tre cose insieme.
Sull'imbocco del ponte si trova ancora, in pieno servizio, la Taverna al Ponte, dove gli Alpini in marcia da tutta Italia si fermano a bere prima del raduno annuale. La canzone Sul ponte di Bassano, scritta probabilmente attorno al 1916 sulle trincee del Grappa, è da allora l'inno non ufficiale degli Alpini.
Sul ponte di Bassano
là ci darem la mano
là ci darem la mano
ed un bacin d'amor. — Sul ponte di Bassano, canto degli Alpini
Le ragioni per cui il progetto palladiano è ancora attuale dopo quattro secoli e mezzo sono tre, e tutte e tre sono lezioni di buona ingegneria che vale la pena rileggere oggi.
Le pile sono formate da fasci di quattro pali di larice, inclinati di circa 12° verso valle. Quando il fiume cresce, la corrente scorre sotto i piedi inclinati invece di urtarli frontalmente. Quando un tronco trasportato dalla piena colpisce la pila, l'urto viene assorbito dall'intero sistema, che oscilla. È una struttura elastica, non rigida.
Il larice — abbondante nelle valli a monte di Bassano — è la specie ideale: resinoso, durevole sott'acqua (le fondazioni di Venezia sono di larice cadorino), elastico ma resistente. La copertura a doppio spiovente lo protegge dalla pioggia. Le parti sotto la linea dell'acqua, naturalmente impregnate, durano oltre un secolo senza trattamenti chimici.
È la lezione più sottile. Una struttura di pietra che si rompe è un disastro permanente. Una struttura di legno che si rompe è un cantiere di sei mesi. Il ponte di Bassano è progettato fin dall'origine per essere ricostruito: i giunti sono accessibili, le travi sono moduli, le pile sono fasci sostituibili. La sua durata nei secoli non è la durata dei materiali, ma la durata di un metodo.
È una concezione di architettura che oggi chiameremmo sostenibile in senso forte: non un'opera che pretende di durare per sempre, ma un sistema che permette al manufatto di essere rifatto sempre, con risorse locali, senza tecnologie speciali.
Due incisioni di Sebastiano Luison, datate 1846, restituiscono il ponte come si presentava nell'Ottocento: il loggiato interno frequentato da mercanti, viandanti e cani; la veduta esterna con le zattere di legname che arrivano da Valstagna.